SOS Comunicazione: aiutiamoci con la comunicazione non violenta.



Alla base dei nostri rapporti ci sta il modo in cui comunichiamo. Nell' ultimo secolo, soprattutto negli ultimi decenni, sono stati fatti e si stanno ancora facendo degli studi capillari per capire come comunichiamo e ricercare il modo più efficace per farlo.

La Comunicazione non Violenta o Comunicazione Empatica, ideata dallo psicologo americano Marshall B. Rosenberg, mette al centro appunto l'empatia, la chiarezza, l'autenticità.

Essa verte su 4 pilastri:

  1. Osservazione

  2. Sentimenti

  3. Bisogni

  4. Richieste

Osservare: inteso come sospensione del giudizio. Il giudizio vizia la comunicazione. Osservare senza valutare è una delle pratiche più difficili perché purtroppo il giudizio è una componente culturale, è ancestrale. Si chiede di fare uno sforzo per osservare quello che vediamo con consapevolezza, in modo oggettivo, tenendo in considerazione il tempo e il contesto.


Osservare senza valutare è la forma più elevata

di intelligenza umana.

J. Krishnamurti


Riconoscere i propri sentimenti: ciò che gli altri dicono o fanno può essere la miccia ma non la causa dei nostri sentimenti. I nostri sentimenti sono il modo in cui scegliamo di fare nostro ciò che gli altri dicono o fanno. La domanda che ci facciamo sovente, quando dobbiamo esprimere qualcosa è: " Cosa gli altri pensano sia giusto che dica o faccia?" questo distrugge l'autenticità e l'empatia, ci fa indossare una maschera. La domanda giusta è "Cosa provo in questo momento?" facendo attenzione che la risposta non implichi un coinvolgimento diretto dell' altro ( mi sento frainteso, mi sento escluso, ecc..).

A questo proposito possiamo avvalerci di un vocabolario dei sentimenti per abituarci ad associare in modo corretto il sentimento al nostro stato d'animo.


Il miglior modo per capire la realtà è attraverso i

sentimenti.


Esprimere i propri bisogni: è l'accettazione e il riconoscimento di ciò che sta alla base dei nostri sentimenti, ovvero i nostri bisogni. Andiamo ad indagare quale bisogno muove una nostra reazione: siamo sicuri che ciò che percepiamo in quel momento corrisponde alla realtà? E' forse una distorsione data da un nostro bisogno o da una nostra aspettativa non soddisfatti?

Allo stesso modo possiamo applicare questa indagine ai comportamenti altrui, questo però non ci deve porre in una condizione di schiavitù emotiva, semplicemente ci deve aiutare a far chiarezza su ciò che sta accadendo nell' altro. Non siamo mai responsabili dei bisogni altrui: siamo con loro ma non possiamo essere loro, quindi l'unico modo in cui possiamo rispondere ai loro bisogni è per empatia, non per senso di colpa o frustrazione.


Le persone sono turbate non dalle cose,

ma dalle opinioni che di esse si fanno.

Epitteto


Imparare a Richiedere: Cosa vorremmo chiedere agli altri per arricchire la nostra vita? Impariamo a formulare le richieste in modo propositivo: chiediamo ciò che vogliamo invece di ciò che non vogliamo. Facciamo richieste chiare, precise, basate su azioni concrete. Questo ci aiuterà a capire cosa vogliamo realmente prima di formulare una richiesta.

Formuliamo le richieste esprimendo i sentimenti e i bisogni che ne stanno alla base. Quanto più chiara sarà la richiesta tanto maggiori saranno le possibilità che venga esaudita.

Non c' è nulla da temere nel chiedere purché le nostre siano realmente richieste, non pretese.

Le richieste si differenziano dalle pretese per il fatto che, davanti a quest'ultime, gli altri sono convinti che se non l'esaudiranno saranno puniti in qualche modo.

Accettiamo con empatia il modo in cui l'altro risponde alle nostre richieste, senza personalizzarlo, se non ci sentiamo preparati a questo significa che la nostra era una pretesa non una richiesta e l'altro ha tutto il diritto di mettersi sulla difensiva o chiudersi. Facciamo capire che siamo in grado di accettare anche il rifiuto: questo non significa lasciar perdere ma semplicemente che non stiamo tentando di persuadere un' altra persona per fare in modo che faccia quello che vogliamo.



"Le parole sono finestre (oppure muri)" Marshall B. Rosenberg




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